Dopo tanta violenza e disperazione, al festival di Venezia approda la dolcezza e l’umanità di un piccolo film proposto nella sezione Orizzonti. Still Life di Uberto Pasolini che firma il suo secondo film da regista dopo aver prodotto piccoli gioielli di garbata comicità come Full Monty e Palookaville. Interpretato dal bravissimo Eddie Marsan che sorregge sulle proprie spalle tutto il peso del film, Still Life ci introduce nel mondo grigio, ordinatissimo e maniacalmente regolare di John May, scrupoloso, enigmatico impiegato del comune incaricato di trovare il parente più prossimo di coloro che sono morti in solitudine. Un lavoro divenuto per lui una vera passione che lo spinge a prendersi cura dei poveri defunti abbandonati collezionando le loro foto in un album gelosamente custodito, scegliendo le musiche adatte per la funzione religiosa e scrivendo affettuosi discorsi funebri capaci di celebrare la vita di chi non cìè più a partire da oggetti e fotografie ritrovati in casa…
Intriso di pietà e compassione, elegante, composto, sottotono come il suo protagonista, e come tutti i film di Ozu ai quali Pasolini fa riferimento – il film che ieri ha commosso tutto il Lido (ricevendo ben 8 minuti di applausi) è ispirato a fatti e persone reali nella cui professione il regista riconosce qualcosa di profondo e universale. Sarebbe ingiusto rivelarvi il finale _ dovrete aspettare fino all’autunno, quando la Bim lo distribuirà nelle sale – ma preparatevi  a tirare fuori i fazzoletti…
“Il film parte dall’immagine di una tomba solitaria – spiega il regista, commosso fino alle lacrime da una lunghissima standing ovation in sala – che mi ha fatto riflettere sulla solitudine, sulla morte, sul senso di appartenenza a una comunità, sul valore che la società attribuisce ai singoli individui. La qualità della nostra società si giudica dal valore che assegna al riconoscimento della vita passata di ciascun individuo, ai suoi membri più deboli. E chi è più debole di un morto? Il modo in cui trattiamo i defunti è un riflesso del modo in cui trattiamo i vivi, e nella società occidentale è sempre più facile dimenticare come si onorano i morti”. “Nel film – continua il regista – si mescolano lo studio di una realtà sociale precisa, osservata nel sud est di Londra, e l’esigenza molto personale di affrontare la mia personale solitudine. Non vivo sempre con i miei figli e mi capita spesso di rientrare in una casa vuota, senza voci ne odori. A differenza di John May, che non avverte la mancanza di qualcosa e vive una vita piena, soddisfatta, io soffro la mia condizione e questa storia mi ha aiutato ad affrontarla”. E conclude Pasolini: “In un’epoca in cui neppure conosciamo i nostri vicini di casa ho voluto sottolineare l’importanza di essere coinvolti nelle vite degli altri, di dedicarsi al prossimo come fa il protagonista del film. Non dovremmo mai perdere l’occasione per offrirci agli altri  e arricchirci con quello che le altre persone hanno da offrirci. A differenza di quello che sembrerebbe giudicando dal finale, non credo nel metafisico, ma nello spirito dell’uomo si, uno spirito che sopravvive nella memoria degli altri.

Still Life – Avvenire
12 settembre 2013

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