Roma, il calcio riscatta i migranti

Al Festival del cinema di Roma Black star , ispirato a una storia vera, racconta l’integrazione possibile attraverso il pallone.
Una volta c’era la guerra dei bottoni, ora quella dei palloni. Ma la posta in gioco è molto più alta nel quartiere romano di Pietralata. C’è di mezzo un campo di calcio e il futuro della nostra società, il principio dell’integrazione, del rispetto, dell’accoglienza. Non è una metafora, questa del gioco e dei calciatori, ma fatti liberamente ispirati alla Liberi Nantes Football Club, una vera squadra di calcio di rifugiati che partecipa al campionato di terza categoria con il colore delle Nazioni Unite e vede tra le proprie fila atleti afgani, iracheni e provenienti da molti paesi africani. Nel film la storia parte proprio da li, dallo scontro tra chi proclama la libertà di gioco quando non ha ancora del tutto la libertà di vita. I migranti calciatori si scontrano con le piccole consorterie di un comitato di quartiere: entrambi, i rifugiati di colore e i residenti in affanno che su di loro scaricano tutte le tensioni sociali, rivendicano l’uso del campo di calcio, che nel film di Francesco Castellani Black star – patrocinato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e fuori concorso – parla in prima persona. ” Prendere in considerazione il problema della migrazione – spiega il regista romano – è soltanto un’occasione per verificare lo stato delle relazioni umane. Ci sono tanti film in Italia sui problemi dell’immigrazione  e di flussi migratori, ma ho trovato molto interessante che nella mia città un gruppo di amici, appassionati di calcio da sempre, stanchi di vivere l’interesse per la curva calcistica e per il tifo, abbiano cercato un altro modo di usare il calcio. Da questa realtà sociale è nato il film, in cui il campo, che è uno spazio di gioco, diventa terreno di confronto e di scontro, catalizzando tutti i disagi e le difficoltà quotidiane, trasformandosi in occupazione di uno spazio di vita. E’ facile che oggi in un quartiere si individui un nemico, facendolo diventare un bersaglio sbagliato. Ci vanno di mezzo i giocatori rifugiati, che fanno parte, senza far male a nessuno, di questa squadra”.
Prima sprezzanti li chiamano “quella roba che viene dal mare”, poi, nella notte di San Lorenzo, accade qualcosa di inaspettato: una stella cadente si trasforma in un pallone da calcio. “Non è un’apertura favolistica – precisa Castellani – perché un personaggio, alla fine, dice che le persone sono i veri miracolo. Nessuno è sicuro che il pallone sia caduto dal cielo, ma è in quel momento che chi era in una posizione di grande conflitto, trovi la maturità, il coraggio e la forza per rimettersi in campo e giocare insieme una partita”.
Free to play, liberi di giocare è il motto della squadra, l’aspirazione ad uno spazio di gioco che è anche di lavoro e di espressione. Nel film la scritta si completa e diventa per tutti un augurio: liberi di vivere con dignità

Black star – Avvenire
15 novembre 2012

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